Santo Peli – Andreu Mayayo i Artal
modera
Steven Forti
SANTO PELI
Laureatosi in Lettere nel 1973, ha insegnato Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova, fino al 2013. I suoi campi di ricerca sono in particolare la conflittualità operaia tra Prima e Seconda guerra mondiale e la Resistenza italiana. Per FrancoAngeli ha scritto La Resistenza difficile nel 1999. Con Einaudi ha invece pubblicato, La Resistenza in Italia. Storia e critica (2004), Storia della Resistnza in Italia (2006) e Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza (2014).
A distanza di oltre settant’anni dai fatti la Resistenza italiana continua ad alimentare un intenso uso pubblico del passato. L’intervento non mira quindi a ricostruire la Resistenza come fenomeno in sé quanto piuttosto a ripercorrere le fasi della storia repubblicana attraverso cui la Resistenza è stata di volta in volta letta, narrata e divulgata a seconda delle stagioni politiche. Per esempio, negli ultimi anni si è passati dal sistematico ridimensionamento della Resistenza come matrice etico-politica della Repubblica a una narrazione di segno opposto. Se pur questo passaggio contiene aspetti positivi e può sembrare un successo tout court, è anche vero che esso proietta dietro di sé l’ombra di una ricostruzione spesso eccessivamente semplificata, rischiando di mettere in secondo piano decenni di indagine storiografica che della Resistenza, come di tutti i fenomeni storici, ha messo in evidenza gli elementi di complessità (contesto, ruoli, differenze sociali, politiche, ideologiche, ecc.), senza per questo privare la Resistenza del valore che ricopre nella storia d’Italia.
[liberamente tratto dall’articolo Tra esaltazioni e censure: il discorso pubblico sulla Resistenza italiana a settant’anni dalla liberazione che Santo Peli ha pubblicato (con Filippo Focardi) sulla rivista Segle XX, n. 9, 2016]
ANDREU MAYAYO I ARTAL
Professore di Storia contemporanea e del mondo attuale, dirige il Centre d’Estudis Històrics Internacionals-Pavelló de la República dell’Università di Barcellona ed è direttore di Segle XX. Revista catalana d’història e membro della redazione delle riviste L’Avenç e Sàpiens. I suoi campi di ricerca riguardano la storia locale, il mondo rurale, i movimenti sociali, sindacali e politici, e recentemente la Transizione alla democrazia in Spagna. È autore dei libri La voz del PSUC. Josep Solé Barberà, abogado (RBA, 2008) e, con Paola Lo Cascio e José Manuel Rúa, Economía franquista y corrupción. Para no economistas, ni franquistas (Flor del Viento, 2010) ed è curatore dei volumi collettanei Y el mundo cambió de base. Una mirada histórica a la revolución rusa (Yulca, 2017), e con Javier Tébar, di En el laberinto. Las izquierdas en el sur de Europa (1968-1982) (Comares, 2018). Collabora abitualmente con la carta stampata e con mezzi di comunicazione radiofonici e televisivi.
La storia della Spagna del XX secolo è conosciuta per due eventi di grande impatto e ripercussione internazionale: la guerra civile (1936-1939) e la Transizione alla democrazia (1975-1982). Mentre il primo tagliava di netto le ambizioni riformiste della Seconda Repubblica, il secondo consentiva dopo 40 anni di dittatura di recuperare le libertà democratiche e di costruire uno Stato sociale e di diritto, che riconosceva l’autogoverno delle nazionalità e delle regioni. Ciò nonostante, in questi ultimi anni, le narrative politiche sulla Transizione sono passate da considerarla come la pietra miliare della democrazia spagnola a ritenerla come la principale responsabile dell’impunità dei crimini del franchismo e dell’oblio delle vittime della repressione. Nel dibattito delle memorie e delle narrative sulla Transizione il maggior paradosso è che mentre la cultura politica di matrice franchista, restia al passaggio alla democrazia, fa propria la Transizione, invece le culture politiche procedenti dall’antifranchismo imputano alla Transizione le insoddisfazioni del presente, identificandola negativamente come “Il regime del 78”. Un paradosso ancor più sorprendente: i giovani spagnoli criticano i loro padri che resero possibile la democrazia nel momento stesso in cui vendicavano i loro nonni che l’avevano perduta nel campo di battaglia.
STEVEN FORTI
Dottore di Ricerca in Storia contemporanea per l’Universitat Autònoma de Barcelona e l’Università di Bologna (2011), è professore di Storia contemporanea presso l’Universitat Autònoma de Barcelona e ricercatore presso l’Instituto de História Contemporânea dell’Universidade Nova de Lisboa. I suoi studi si centrano sulla storia politica e del pensiero politico dell’Europa del Novecento.
Tra le sue pubblicazioni più recenti, si ricorda El peso de la nación. Nicola Bombacci, Paul Marion y Óscar Pérez Solís en la Europa de entreguerras (Santiago de Compostela, 2014 – Premio Cátedra Juana de Vega alla miglior tesi di dottorato 2012; segnalazione per il Premio Sissco Opera Prima 2015); Ada Colau, la città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona (con Giacomo Russo Spena, Roma, 2016); El proceso separatista en Cataluña. Análisis de un pasado reciente (2006-2017) (con Arnau González i Vilalta ed Enric Ucelay-Da Cal [eds.], Granada, 2017).
Ha pubblicato oltre una trentina di articoli e saggi sul biennio rosso in Italia, sulla storia e sulla storiografia del fascismo, sul transito di dirigenti politici dalla sinistra al fascismo nell’Europa interbellica, sulla storia della Spagna del Novecento e sulla storia catalana del tempo presente.
Membro della redazione di Spagna Contemporanea e di Atlántica XXII, Forti è anche giornalista e analista politico per diversi mezzi di informazione italiani, spagnoli e greci (RAI, Radio Rai, Sky Tg24, Radio della Svizzera Italiana, Radio Popolare, MicroMega, Limes, Left, Atlántica XXII, Avgi, Epohi, ecc.).